Accadde Oggi 07 luglio 1868:
La tassa sul macinato
Promulgata la legge che introduce da gennaio l'imposta sul macinato. Introdotta dal governo di Luigi Menabrea, prevede il conteggio dei giri della ruota macinatrice da cui desumere la quantità di cereale macinata su cui pagare la tassa di cui il mugnaio sarà esattore. In mancanza del dato un pagamento andrà effettuato sulla quantità presunta.
Accadde Oggi 07 luglio 1868
158 anni fa - accaddeoggi.it ©
In un'epoca di deficit finanziario elevato l'Italia aveva bisogno di entrate straordinarie, così il ministro delle Finanze Ferrara propose la tassa sul macinato ma visto lo scarso seguito ottenuto dalla proposta si dimise nel 1867.
Il suo successore Luigi Guglielmo Cambray Digny riprese l'idea e la inserì nel programma di governo suscitando dure proteste per questo genere di tributo a cui si contestava di colpire le classi sociali a basso reddito producendo inoltre un gettito di scarsa rilevanza.
La nuova imposta viene istituita il 7 luglio 1868 sotto il governo di Luigi Menabrea e sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio seguente producendo un gettito rilevante a dispetto delle previsioni pessimistiche, poi l'Italia era caratterizzata da un'economia agricola.
Scrive in tempi recenti il Ministero delle Finanze:
"Era un'imposta indiretta e il relativo importo veniva calcolato in base alla quantità di cereale macinato. All'interno di ogni mulino era applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così calcolata in proporzione al numero dei giri, che dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata. Il tributo doveva essere pagato in contanti, ma l'avventore poteva saldare anche con parte del prodotto che portava a macinare. Il mugnaio aveva l'obbligo di pagare all'esattore nei modi e tempi stabiliti. Il contatore dei giri veniva installato a spese dello Stato. Alla fine del 1869 furono istallati centottantasei contatori su altrettanti mulini, nel 1870 trentamila e nel 1871 cinquantaduemila."
In seguito il prelievo fu ridotto fino alla definitiva abolizione della tassa a decorrere dal 1° gennaio 1884.
Al momento dell'abrogazione l'imposta garantiva entrate per 80 milioni di lire l'anno e la sua soppressione rappresentò un duro colpo al bilancio dello Stato Italiano.
Ultima revisione:
Inserito il:
24 maggio 2026
18 gennaio 2022
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La tassa sul macinato
Promulgata la legge che introduce da gennaio l'imposta sul macinato. Introdotta dal governo di Luigi Menabrea, prevede il conteggio dei giri della ruota macinatrice da cui desumere la quantità di cereale macinata su cui pagare la tassa di cui il mugnaio sarà esattore. In mancanza del dato un pagamento andrà effettuato sulla quantità presunta.
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In un'epoca di deficit finanziario elevato l'Italia aveva bisogno di entrate straordinarie, così il ministro delle Finanze Ferrara propose la tassa sul macinato ma visto lo scarso seguito ottenuto dalla proposta si dimise nel 1867.
Il suo successore Luigi Guglielmo Cambray Digny riprese l'idea e la inserì nel programma di governo suscitando dure proteste per questo genere di tributo a cui si contestava di colpire le classi sociali a basso reddito producendo inoltre un gettito di scarsa rilevanza.
La nuova imposta viene istituita il 7 luglio 1868 sotto il governo di Luigi Menabrea e sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio seguente producendo un gettito rilevante a dispetto delle previsioni pessimistiche, poi l'Italia era caratterizzata da un'economia agricola.
Scrive in tempi recenti il Ministero delle Finanze:
"Era un'imposta indiretta e il relativo importo veniva calcolato in base alla quantità di cereale macinato. All'interno di ogni mulino era applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così calcolata in proporzione al numero dei giri, che dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata. Il tributo doveva essere pagato in contanti, ma l'avventore poteva saldare anche con parte del prodotto che portava a macinare. Il mugnaio aveva l'obbligo di pagare all'esattore nei modi e tempi stabiliti. Il contatore dei giri veniva installato a spese dello Stato. Alla fine del 1869 furono istallati centottantasei contatori su altrettanti mulini, nel 1870 trentamila e nel 1871 cinquantaduemila."
In seguito il prelievo fu ridotto fino alla definitiva abolizione della tassa a decorrere dal 1° gennaio 1884.
Al momento dell'abrogazione l'imposta garantiva entrate per 80 milioni di lire l'anno e la sua soppressione rappresentò un duro colpo al bilancio dello Stato Italiano.
Il suo successore Luigi Guglielmo Cambray Digny riprese l'idea e la inserì nel programma di governo suscitando dure proteste per questo genere di tributo a cui si contestava di colpire le classi sociali a basso reddito producendo inoltre un gettito di scarsa rilevanza.
La nuova imposta viene istituita il 7 luglio 1868 sotto il governo di Luigi Menabrea e sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio seguente producendo un gettito rilevante a dispetto delle previsioni pessimistiche, poi l'Italia era caratterizzata da un'economia agricola.
Scrive in tempi recenti il Ministero delle Finanze:
"Era un'imposta indiretta e il relativo importo veniva calcolato in base alla quantità di cereale macinato. All'interno di ogni mulino era applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così calcolata in proporzione al numero dei giri, che dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata. Il tributo doveva essere pagato in contanti, ma l'avventore poteva saldare anche con parte del prodotto che portava a macinare. Il mugnaio aveva l'obbligo di pagare all'esattore nei modi e tempi stabiliti. Il contatore dei giri veniva installato a spese dello Stato. Alla fine del 1869 furono istallati centottantasei contatori su altrettanti mulini, nel 1870 trentamila e nel 1871 cinquantaduemila."
In seguito il prelievo fu ridotto fino alla definitiva abolizione della tassa a decorrere dal 1° gennaio 1884.
Al momento dell'abrogazione l'imposta garantiva entrate per 80 milioni di lire l'anno e la sua soppressione rappresentò un duro colpo al bilancio dello Stato Italiano.
Ultima revisione:
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