Accadde Oggi 22 luglio 1968:
Muore Giovanni Guareschi
Colpito per la seconda volta da un infarto muore sessantenne a Cervia in provincia di Ravenna lo scrittore Giovanni Guareschi, autore di "Don Camillo".
Accadde Oggi 22 luglio 1968
58 anni fa - accaddeoggi.it ©
Il giornalista e scrittore Giovanni Guareschi è morto d'infarto questa mattina a Cervia nella villetta di via Bellucci dove trascorreva le vacanze. Era giunto al mare giovedì scorso dove progettava di fermarsi per tutta l'estate, perché i medici l'avevano, trovato in buone condizioni.
Si era alzato verso le 8 e mentre apriva la finestra è stramazzato al suolo colto da un attaccodi cui i familiari si sono accorti solo intorno alle dieci, quando la figlia Carlotta è entrata nella camera del padre per chiedergli se desiderava un tè. La salma partirà domani per Roncole di Busseto, in provincia di Parma, sua residenza dove verrà sepolto nella tomba di famiglia.
Sul quotidiano "La Stampa" del 23 luglio 1968, il giornalista Enzo Biagi scriveva:
Giovannino Guareschi era nato sessant'anni fa, il primo giorno di maggio. Il padre, un vecchio sindacalista, prese il bambino fra le braccia, e si affacciò ad una finestra. Nel cortile, c'era un gruppetto di contadini scamiciati che giocavano alle bocce. Urlò: « Amici, allegri, è nato un nuovo compagno ».
Quando sento le note dell'Inno dei lavoratori », ha scritto, « mi prende un'accorata nostalgia: forse perché furono la prima musica che le mie orecchie udirono con le parole dolcissime di mia madre ».
Era, io credo, un anarchico sentimentale, che cercava di conciliare anche posizioni impossibili, di mettere d'accordo don Camillo e Peppone, un parroco manesco e sanguigno, un sindaco comunista, acceso e intollerante, figure di una favola che non ha molta aderenza con la realtà. Nonostante gli atteggiamenti, spesso clamorosi, e il gusto della polemica, della rissa verbale, non era capace di sentire rancori.
Nel 1948 era stato un formidabile propagandista dell'argine contro il comunismo; si era schierato accanto alla DC e un suo manifesto tappezzò i muri di mezza Italia. Si vedeva un soldato dell'Armir, dietro i reticolati russi, che diceva: «Mamma, votagli contro anche per me ».
Cinque anni dopo era all'opposizione. Non gli piaceva il predominio democristiano, la legge elettorale, il clientelismo, non gli piacevano certe famiglie che si dividevano il potere. Nella foga della disputa, attribuì a Dè Gasperi un inesistente carteggio con gli alleati e in una causa per diffamazione, mossagli dall'ex presidente del Consiglio fu condannato ma non volle ricorrere e passò quattordici mesi a Parma, nel carcere di S. Francesco. Quando uscì portava con sé tre sacchi di lettere speditegli dai suoi lettori e una profonda amarezza.
Mi confidò poi: "Mi sono sbagliato. De Gasperi , se ci ripenso, era il migliore. Se ne andò quand'ero in prigione e me ne dispiacque".
Il cinema e la televisione comperarono i suoi copioni, e Guareschi pretese nel compenso da una grande compagnia americana, anche quarantotto cartoline a colori degli States e un chilo di gomma da masticare perché, spiegò, «è tanto che sogno di buttarne via un bel pacco e tutto in una volta».
Enrico Fermi mi disse che era l'autore italiano che preferiva. Non si era lasciato prendere dall'orgoglio, ignorava i salotti, le relazioni. «Sono soltanto un giornalista che adopera trecento parole. Forse quello che è accaduto è stato solo un equivoco. Non mi considero importante».
Aveva cominciato, come cronista, alla Gazzetta di Parma, a duecentocinquanta lire a! mese e ha lavorato fino all'ultimo. Ma era malato ed in una lettera mi parla dell'ulcera, dell'infarto, del bisogno di solitudine diventato ancora più forte.
Non ha mai avuto la recensione di un critico, un riconoscimento ufficiale ma il suo nome non può essere cancellato dalla cronaca aspra del dopoguerra, da quegli errori e da quelle illusioni.
Ultima revisione:
Inserito il:
30 maggio 2026
5 luglio 2011
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Muore Giovanni Guareschi
Colpito per la seconda volta da un infarto muore sessantenne a Cervia in provincia di Ravenna lo scrittore Giovanni Guareschi, autore di "Don Camillo".
Accadde Oggi 22 luglio 1968
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Il giornalista e scrittore Giovanni Guareschi è morto d'infarto questa mattina a Cervia nella villetta di via Bellucci dove trascorreva le vacanze. Era giunto al mare giovedì scorso dove progettava di fermarsi per tutta l'estate, perché i medici l'avevano, trovato in buone condizioni.
Si era alzato verso le 8 e mentre apriva la finestra è stramazzato al suolo colto da un attaccodi cui i familiari si sono accorti solo intorno alle dieci, quando la figlia Carlotta è entrata nella camera del padre per chiedergli se desiderava un tè. La salma partirà domani per Roncole di Busseto, in provincia di Parma, sua residenza dove verrà sepolto nella tomba di famiglia.
Sul quotidiano "La Stampa" del 23 luglio 1968, il giornalista Enzo Biagi scriveva:
Giovannino Guareschi era nato sessant'anni fa, il primo giorno di maggio. Il padre, un vecchio sindacalista, prese il bambino fra le braccia, e si affacciò ad una finestra. Nel cortile, c'era un gruppetto di contadini scamiciati che giocavano alle bocce. Urlò: « Amici, allegri, è nato un nuovo compagno ».
Quando sento le note dell'Inno dei lavoratori », ha scritto, « mi prende un'accorata nostalgia: forse perché furono la prima musica che le mie orecchie udirono con le parole dolcissime di mia madre ».
Era, io credo, un anarchico sentimentale, che cercava di conciliare anche posizioni impossibili, di mettere d'accordo don Camillo e Peppone, un parroco manesco e sanguigno, un sindaco comunista, acceso e intollerante, figure di una favola che non ha molta aderenza con la realtà. Nonostante gli atteggiamenti, spesso clamorosi, e il gusto della polemica, della rissa verbale, non era capace di sentire rancori.
Nel 1948 era stato un formidabile propagandista dell'argine contro il comunismo; si era schierato accanto alla DC e un suo manifesto tappezzò i muri di mezza Italia. Si vedeva un soldato dell'Armir, dietro i reticolati russi, che diceva: «Mamma, votagli contro anche per me ».
Cinque anni dopo era all'opposizione. Non gli piaceva il predominio democristiano, la legge elettorale, il clientelismo, non gli piacevano certe famiglie che si dividevano il potere. Nella foga della disputa, attribuì a Dè Gasperi un inesistente carteggio con gli alleati e in una causa per diffamazione, mossagli dall'ex presidente del Consiglio fu condannato ma non volle ricorrere e passò quattordici mesi a Parma, nel carcere di S. Francesco. Quando uscì portava con sé tre sacchi di lettere speditegli dai suoi lettori e una profonda amarezza.
Mi confidò poi: "Mi sono sbagliato. De Gasperi , se ci ripenso, era il migliore. Se ne andò quand'ero in prigione e me ne dispiacque".
Il cinema e la televisione comperarono i suoi copioni, e Guareschi pretese nel compenso da una grande compagnia americana, anche quarantotto cartoline a colori degli States e un chilo di gomma da masticare perché, spiegò, «è tanto che sogno di buttarne via un bel pacco e tutto in una volta».
Enrico Fermi mi disse che era l'autore italiano che preferiva. Non si era lasciato prendere dall'orgoglio, ignorava i salotti, le relazioni. «Sono soltanto un giornalista che adopera trecento parole. Forse quello che è accaduto è stato solo un equivoco. Non mi considero importante».
Aveva cominciato, come cronista, alla Gazzetta di Parma, a duecentocinquanta lire a! mese e ha lavorato fino all'ultimo. Ma era malato ed in una lettera mi parla dell'ulcera, dell'infarto, del bisogno di solitudine diventato ancora più forte.
Non ha mai avuto la recensione di un critico, un riconoscimento ufficiale ma il suo nome non può essere cancellato dalla cronaca aspra del dopoguerra, da quegli errori e da quelle illusioni.
Si era alzato verso le 8 e mentre apriva la finestra è stramazzato al suolo colto da un attaccodi cui i familiari si sono accorti solo intorno alle dieci, quando la figlia Carlotta è entrata nella camera del padre per chiedergli se desiderava un tè. La salma partirà domani per Roncole di Busseto, in provincia di Parma, sua residenza dove verrà sepolto nella tomba di famiglia.
Sul quotidiano "La Stampa" del 23 luglio 1968, il giornalista Enzo Biagi scriveva:
Giovannino Guareschi era nato sessant'anni fa, il primo giorno di maggio. Il padre, un vecchio sindacalista, prese il bambino fra le braccia, e si affacciò ad una finestra. Nel cortile, c'era un gruppetto di contadini scamiciati che giocavano alle bocce. Urlò: « Amici, allegri, è nato un nuovo compagno ».
Quando sento le note dell'Inno dei lavoratori », ha scritto, « mi prende un'accorata nostalgia: forse perché furono la prima musica che le mie orecchie udirono con le parole dolcissime di mia madre ».
Era, io credo, un anarchico sentimentale, che cercava di conciliare anche posizioni impossibili, di mettere d'accordo don Camillo e Peppone, un parroco manesco e sanguigno, un sindaco comunista, acceso e intollerante, figure di una favola che non ha molta aderenza con la realtà. Nonostante gli atteggiamenti, spesso clamorosi, e il gusto della polemica, della rissa verbale, non era capace di sentire rancori.
Nel 1948 era stato un formidabile propagandista dell'argine contro il comunismo; si era schierato accanto alla DC e un suo manifesto tappezzò i muri di mezza Italia. Si vedeva un soldato dell'Armir, dietro i reticolati russi, che diceva: «Mamma, votagli contro anche per me ».
Cinque anni dopo era all'opposizione. Non gli piaceva il predominio democristiano, la legge elettorale, il clientelismo, non gli piacevano certe famiglie che si dividevano il potere. Nella foga della disputa, attribuì a Dè Gasperi un inesistente carteggio con gli alleati e in una causa per diffamazione, mossagli dall'ex presidente del Consiglio fu condannato ma non volle ricorrere e passò quattordici mesi a Parma, nel carcere di S. Francesco. Quando uscì portava con sé tre sacchi di lettere speditegli dai suoi lettori e una profonda amarezza.
Mi confidò poi: "Mi sono sbagliato. De Gasperi , se ci ripenso, era il migliore. Se ne andò quand'ero in prigione e me ne dispiacque".
Il cinema e la televisione comperarono i suoi copioni, e Guareschi pretese nel compenso da una grande compagnia americana, anche quarantotto cartoline a colori degli States e un chilo di gomma da masticare perché, spiegò, «è tanto che sogno di buttarne via un bel pacco e tutto in una volta».
Enrico Fermi mi disse che era l'autore italiano che preferiva. Non si era lasciato prendere dall'orgoglio, ignorava i salotti, le relazioni. «Sono soltanto un giornalista che adopera trecento parole. Forse quello che è accaduto è stato solo un equivoco. Non mi considero importante».
Aveva cominciato, come cronista, alla Gazzetta di Parma, a duecentocinquanta lire a! mese e ha lavorato fino all'ultimo. Ma era malato ed in una lettera mi parla dell'ulcera, dell'infarto, del bisogno di solitudine diventato ancora più forte.
Non ha mai avuto la recensione di un critico, un riconoscimento ufficiale ma il suo nome non può essere cancellato dalla cronaca aspra del dopoguerra, da quegli errori e da quelle illusioni.
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30 maggio 2026
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